Uno studio scientifico ‘One Health’ mette in evidenza le alterazioni del comportamento cognitivo e della maturazione neuronale.
La diffusione e la persistenza dei PFAS (sostanze perfluoroalchiliche) nell’ambiente ha suscitato negli ultimi anni grande attenzione da parte della comunità scientifica, per il rischio di contaminazione di acque ed alimenti e per gli effetti negativi sulla salute pubblica. Nell’uomo l’esposizione precoce a PFAS a catena lunga durante l’infanzia è stata associata a un ridotto sviluppo cognitivo, motorio e linguistico, e ad alterazioni comportamentali. Tali preoccupazioni hanno portato negli anni a restrizioni normative e ad un progressivo orientamento verso l’uso di PFAS a catena corta, come alternative sicure.

Una ricerca condotta su modello murino – frutto della collaborazione fra ricercatori dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe), Fondazione IRET e Università di Bologna – ha mostrato che che i PFAS a catena corta, veicolati da madre a figlio attraverso la placenta durante la gravidanza, possono attivare meccanismi neurotossici nel nascituro. In particolare, la somministrazione di PFAS a catena corta PFBA e GenX, prima dell’accoppiamento, durante tutta la gestazione e l’allattamento, determina negli animali esposti compromissioni significative dell’apprendimento, della memoria e dell’orientamento spaziale, e della flessibilità cognitiva.
Nuove evidenze sperimentali mettono in relazione l’esposizione a PFAS a catena corta e alterazioni nel neurosviluppo. Una ricerca condotta su modello murino, frutto della collaborazione fra ricercatori dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe), Fondazione IRET e Università di Bologna, e pubblicato sulla rivista Frontiers in Toxicology, ha mostrato in questi animali che i PFAS, veicolati da madre a figlio attraverso la placenta durante la gravidanza, possono attivare meccanismi neurotossici nel nascituro.
“È un risultato di grande rilevanza scientifica che ci permette di capire come queste sostanze attualmente considerate sostituti più sicuri, possano interferire con lo sviluppo cerebrale – commenta Marta Vascellari, dirigente veterinario, responsabile del Laboratorio di istopatologia dell’IZSVe. “Questo studio sperimentale rappresenta un tassello importante in chiave ‘One Health’, grazie alla collaborazione fra settori di ricerca molto diversi, dalla medicina umana alla medicina veterinaria, dalla chimica alle scienze cognitive, con l’obiettivo di valutare la persistenza dei PFAS a catena corta nei soggetti esposti e i loro possibili effetti sul neurosviluppo”.
I PFAS raggiungono l’organismo umano principalmente per via alimentare, attraverso cibo o acqua contaminati. Nella delicata fase di sviluppo prenatale e neonatale, possono raggiungere l’organismo superando la barriera placentare durante la gravidanza e attraverso il latte materno. Una volta assorbite, queste sostanze entrano nel circolo sanguigno e si distribuiscono nei diversi organi.
“I PFAS a catena corta sono considerati meno pericolosi di quelli a catena lunga per la loro minore capacità di accumularsi nell’organismo” afferma Federica Gallocchio, dirigente chimico al Laboratorio contaminanti e biomonitoraggio dell’IZSVe. “Nonostante la possibile rilevazione dei PFAS a catena corta nelle acque potabili e negli studi di biomonitoraggio umano, le informazioni sul rischio per la salute umana legato alla contaminazione alimentare sono ancora scarse. Quello dei PFAS è un problema potenzialmente ‘sistemico’, una catena di contaminazione che partendo dalle falde acquifere, potrebbe passare per i raccolti, il bestiame e arrivare fino all’uomo. La finalità di questo studio è di fornire basi scientifiche solide per la valutazione del rischio e per l’elaborazione di strategie di prevenzione efficaci, a tutela della salute pubblica”.
Nelle sperimentazioni oggetto dello studio, la somministrazione di PFAS a catena corta PFBA e GenX, prima dell’accoppiamento, durante tutta la gestazione e l’allattamento, negli animali esposti determina compromissioni significative dell’apprendimento, della memoria e dell’orientamento spaziale, e della flessibilità cognitiva. In particolare, a fronte di uno scarso (PFBA) o assente (GenX) accumulo residuale di queste sostanze nei tessuti studiati, le osservazioni in particolare a seguito dell’esposizione a PFBA, hanno evidenziato un ritardo nella maturazione neuronale, alterazioni della neurogenesi ed una neuroinfiammazione cronica, condizioni che interferiscono con lo sviluppo dell’ippocampo e le funzioni cognitive.
I risultati dello studio evidenziano che la minore propensione al bioaccumulo dei PFAS a catena corta non implica una loro minore tossicità rispetto ai PFAS tradizionali e sottolineano la necessità di includere endpoint neuroevolutivi nella futura valutazione del rischio e nelle scelte del legislatore per l’utilizzo di questi composti.
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