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I medici dell’ospedale, sospettando un’infezione di origine micotica, hanno inviato alcuni campioni di tessuto nodulare prelevati tramite biopsia al Laboratorio di Parassitologia dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe). Qui i campioni sono stati analizzati mediante tecniche di biologia molecolare e sequenziamento del DNA, ed è stato così identificato il fungo della lobomicosi nel paziente.

Diagnosticata lobomicosi in un paziente italiano, contratta in Venezuela 17 anni prima

Pubblicato il: 14 agosto 2018 Ultimo aggiornamento: 16 luglio 2018

La lobomicosi è un’infezione della pelle causata da Lacazia loboi, un fungo che colpisce sia gli animali che l’uomo presente principalmente in alcuni paesi del Sud America. Il Laboratorio di Parassitologia dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe) ha contribuito alla sua diagnosi in un paziente italiano mediante l’identificazione molecolare del patogeno.

L’uomo aveva contratto l’infezione ben 17 anni prima durante un viaggio in Venezuela: al suo rientro aveva manifestato prurito nella parte inferiore dell’arto sinistro e, dopo alcune settimane, erano apparse piccole lesioni nodulari (non dolorose) a livello di cute e sottocute. Negli anni il paziente aveva provato a curare l’infezione rivolgendosi a diverse strutture sanitarie senza ottenere una diagnosi definitiva.

Lobomicosi lacazia loboi micosi fungo

Il Laboratorio di Parassitologia dell’IZSVe ha contribuito alla diagnosi di lobomicosi in un paziente italiano mediante l’identificazione molecolare del patogeno. La lobomicosi è una  malattia rara, causata dal fungo Lacazia loboi. La diagnosi di lobomicosi è complicata dal fatto che il fungo non cresce sui terreni colturali utilizzati nei laboratori di microbiologia, e la patogenesi della micosi è molto lunga, per cui le lesioni diventano evidenti molto tempo dopo l’infezione.

Nell’agosto 2016, dopo la comparsa di nuovi noduli nella zona fra la tibia e il piede, si è recato al Centro per le malattie tropicali dell’ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar (Verona).

I medici dell’ospedale, sospettando un’infezione di origine micotica, hanno inviato alcuni campioni di tessuto nodulare prelevati tramite biopsia al Laboratorio di Parassitologia dell’IZSVe. Qui i campioni sono stati analizzati mediante tecniche di biologia molecolare e sequenziamento del DNA, ed è stato così identificato il fungo responsabile della lobomicosi.

Lobomicosi, una malattia rara e difficile da diagnosticare

La lobomicosi è una malattia rara, descritta per la prima volta da Jorge Lobo nel 1930, principalmente presente in alcuni stati del Centro e Sud America. Ad oggi sono circa 500 i casi segnalati nell’uomo a livello globale, di cui 318 in Brasile; solo 9 casi sono stati riportati al di fuori di queste aree, per lo più in persone che hanno soggiornato in aree amazzoniche del Sud America.

La diagnosi definitiva di lobomicosi è complicata dal fatto che:

  • il fungo (Lacazia loboi) non cresce sui terreni colturali utilizzati nei laboratori di microbiologia;
  • la patogenesi della micosi è molto lunga, le lesioni diventano evidenti dopo un lungo periodo di incubazione dall’infezione (da settimane a mesi).

Nelle aree endemiche, i soggetti a rischio sono soprattutto lavoratori agricoli, pescatori e persone che svolgono attività all’aperto, i quali possono contrarre l’infezione attraverso ferite della pelle e punture di zanzare.

Una forma di lobomicosi è stata descritta anche nei mammiferi marini (delfini in particolare), ma i ricercatori suppongono che sia una specie di fungo diversa da quella che colpisce l’uomo. La trasmissione diretta del fungo dall’animale all’uomo è stata sospetttata solo una volta, ma non è stata in seguito confermata da identificazione del DNA.

La diagnosi dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie è diventato un caso di studio che è stato pubblicato nella rivista scientifica internazionale American Journal of Tropical Medicine and Hygiene, contribuendo ad ampliare le conoscenze disponibili su un’infezione molto rara in Europa e nel mondo Occidentale.

Leggi l’articolo sull’American Journal of Tropical Medicine and Hygiene »
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