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Geni Antibiotico Resistenza Sulfamidici Plancton

Geni di antibiotico resistenza ai sulfamidici nel plancton degli oceani

Pubblicato il: 8 Gennaio 2019 Ultimo aggiornamento: 25 Marzo 2019

La resistenza ai sulfamidici è diffusa nelle comunità batteriche ambientali almeno a partire dagli anni ’70. È quanto emerge da uno studio condotto dei ricercatori dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe) in collaborazione con il Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e della Vita (DISTAV) dell’Università di Genova e pubblicato su Environmental Microbiology Reports.

Fondale Oceano Atlantico

Ricercatori IZSVe hanno analizzato 29 campioni di plancton contenenti comunità microbiche, provenienti dall’Oceano Atlantico e dal Mare del Nord: in metà dei campioni hanno rilevato la presenza di geni che conferiscono resistenza ai sulfamidici.

I ricercatori hanno analizzato 29 campioni storici contenenti altrettante comunità microbiche, raccolti dal 1970 al 2011 nell’Oceano Atlantico e nel Mare del Nord nell’ambito di una campagna internazionale di campionamento di plancton da vaste aree oceaniche, operante dal 1931. I risultati ottenuti hanno evidenziato che circa la metà delle comunità microbiche analizzate presentava il gene sul2, che conferisce resistenza ai sulfamidici. In aggiunta nella maggioranza di esse sono stati rinvenuti elementi genetici capaci di diffondere questi geni tra i diversi batteri della comunità (integroni di classe I).

Questa osservazione pone l’accento sulla problematica della diffusione dei geni di antibiotico resistenza tra comunità microbiche ambientali e sull’impatto che l’uso non corretto degli antibiotici può avere in nicchie ecologiche anche distanti dall’ambito di applicazione degli antibiotici.

Questa scoperta è stata possibile grazie alla recente acquisizione da parte dell’IZSVe di una innovativa tecnologia di quantificazione assoluta di geni, la Droplet Digital PCR (ddPCR) che ha permesso di superare le criticità collegate alla natura di questi campioni, normalmente conservati in formalina e quindi altamente degradati. Lo stesso risultato non sarebbe stato ottenuto utilizzando classiche tecniche di biologia molecolare quali la PCR quantitativa.

L’IZSVe conferma il proprio ruolo nel panorama della ricerca internazionale sulle comunità microbiche complesse, raccogliendo i frutti dell’investimento in innovazione tecnologica effettuato negli ultimi anni.

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